Ogni volta che i dati macroeconomici migliorano, c'è una tentazione politica irresistibile: celebrare il risultato come se riguardasse tutti allo stesso modo. L'inflazione scende al 2,1%: ottimo. La Borsa chiude in rialzo: benissimo. Il turismo batte i record: meraviglioso. Ma dietro questi numeri — che pure sono reali e positivi — si nasconde una storia più complicata che non finisce mai sui titoli dei giornali.
Ho trascorso l'ultimo mese a raccogliere testimonianze in tre province del Sud — Reggio Calabria, Caserta e Caltanissetta. Ho parlato con imprenditori, insegnanti, pensionati, giovani che stanno per laurearsi. Il quadro che emerge è quello di una biforcazione economica sempre più marcata: un paese che nei dati aggregati cresce, ma in cui la crescita è distribuita in modo profondamente diseguale lungo l'asse geografico.
A Reggio Calabria, un'imprenditrice del settore agroalimentare mi ha detto una cosa che non dimenticherò: "Quando leggo che l'inflazione è scesa, penso a cosa ho pagato ieri al supermercato. Non torna". Ha ragione: la deflazione dei prezzi energetici, che traina il dato nazionale verso il basso, non si traduce automaticamente in meno spesa per le famiglie a reddito fisso che vivono di stipendi e pensioni. I prezzi dei servizi — trasporti, assistenza, affitti — continuano a salire nelle città meridionali.
Il problema strutturale è noto ma raramente affrontato con la serietà che merita: il dualismo territoriale italiano non è un incidente della storia, è il risultato di decenni di scelte di politica economica che hanno privilegiato la coesione statistica a scapito della coesione reale. Parlare di "Italia che cresce" senza disaggregare il dato tra Nord e Sud è come parlare di "temperatura media del paziente" ignorando che ha un piede nel fuoco e uno nel ghiaccio.
