Quando ho varcato la soglia del padiglione "Sintetica" all'Arsenale di Venezia, mi aspettavo di essere irritata. Sono una critica d'arte della vecchia scuola — ho scritto la mia tesi su Lucio Fontana, mi sono formata nella convinzione che l'arte nasca dall'irripetibile unicità dell'esperienza umana. L'idea di una mostra dedicata all'intelligenza artificiale mi sembrava, nelle settimane precedenti, una resa al mercato, un'operazione di marketing mascherata da riflessione estetica.

Sono uscita dall'Arsenale tre ore dopo, scossa. Non nella direzione che temevo.

Quello che la mostra fa con intelligenza rara è smontare la domanda sbagliata. La domanda sbagliata è: "L'AI può fare arte?". È una domanda che porta inevitabilmente a un dibattito circolare su cosa sia "vera" arte, e finisce per essere dominata da difensivismo corporativo. La domanda giusta — quella che le migliori opere del padiglione pongono — è: "Cosa rivela l'AI di noi quando le chiediamo di creare?".

L'installazione di Luisa Amendola, quella che trasforma le onde cerebrali dei visitatori in musica attraverso un modello generativo addestrato sulla lirica italiana, è la risposta più lucida che ho visto a questa domanda. Non è l'algoritmo che fa la musica: è la nostra biologia, filtrata attraverso due secoli di cultura, reinterpretata da una macchina che non capisce nulla di quello che fa ma ne restituisce la forma con una precisione perturbante. Chi è l'artista? Amendola, certamente. Ma anche Bellini, Verdi, Puccini. E anche, in qualche modo, il visitatore che cammina e respira e porta con sé la propria storia.

Non sto dicendo che tutto ciò che si produce con AI sia arte, né che l'AI sostituirà gli artisti. Sto dicendo che la Biennale ha avuto il coraggio di aprire uno spazio per questa conversazione invece di ignorarla, come fanno ancora troppi templi dell'arte contemporanea. Per questo merita rispetto.